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TUTTOMELE: storia della frutticoltura locale 1- dal dopoguerra al 1956

Cavour e dintorni, terra da frutta, parte di un territorio, l’ovest Piemonte, che da tempo immemorabile è custode di una vera e propria agri-cultura della frutta. Mele in particolare, ricchezza testimoniata dalle numerose varietà qui coltivate e che qui hanno avuto origine nei tempi passati; nessun’altra regione italiana è così ricca di varietà tradizionali, alcune coltivate perché buone, altre perché si conservavano a lungo – un tempo i frigoriferi non c’erano… – altre ancora consumate una volta cotte o trasformate in sidro o messe in composta. Ed è proprio la frutticoltura dell’ovest del Piemonte che ricordarono nel nome coloro che negli anni ‘50 fondarono il CIFOP, cioè il “Centro Incremento Frutticolo dell’Ovest Piemonte”.
Erano gli anni in cui stava nascendo un nuovo concetto di frutticoltura, più razionale ed organizzata, più produttiva e standardizzata, gli albori della moderna frutticoltura. Fino a quell’epoca infatti non si poteva parlare di un vero e proprio “settore frutticolo”; allora produrre frutta significava ottenerla da alberi isolati e di grandi dimensioni, sparsi nei prati o nei campi; alle volte in pianura le piante erano disposte in filari, ma anche questi erano solitari o distanziati molto l’uno dall’altro per permettere in mezzo la coltivazione delle specie “più importanti”, i cereali, l’erba o le patate. Non si può dire che esistessero già i frutticoltori nel senso moderno del termine, quanto pittosto “agricoltori che davano alloggio alle piante”: semplicemente piantavano, innestavano… e raccoglievano, senza preoccuparsi della gestione degli alberi. La presenza di alberi di melo in un appezzamento ne aumentava il valore economico; di un campo senza alberi si diceva infatti “a val pà niente perché n’drinta je gnanca ‘n pumé” (non vale niente perché non c’è dentro neanche un melo). Piante di questo tipo, alte anche oltre 10 metri, potevano in teoria dare buone produzioni, fino a cinque o sei quintali per pianta; in realtà chiome così imponenti, non gestite, “facevano sempre l’annata”: andavano cioè incontro al fenomeno dell’alternanza, per cui dopo un anno di buona produzione, seguiva sempre un anno di “scarica”. Questo fenomeno, unito all’assenza degli opportuni interventi contro le avversità, faceva calare la produttività media a uno, due quintali per pianta. Nonostante la frutta rappresentasse per le aziende un reddito complementare, l’entità delle produzioni del territorio era significativa e comparabile con le produzioni attuali: si pensi che fin dagli anni ’20 dalle stazioni di Barge e Bagnolo partivano treni carichi di mele verso mercati italiani ed anche esteri. Ancora oggi, nel parlato comune, si utilizza, come unità di misura per le produzioni di frutta, il “vagone”, pari a cento quintali. Oggi il panorama è completamente cambiato, ma guardando il paesaggio con una certa attenzione, si possono ancora osservare qua e là nei campi alcuni imponenti esemplari di un tempo, maestosi ed isolati.
E’ solo a partire dagli anni successivi alla II guerra mondiale che si ebbero i primi accenni di passaggio dalla frutticoltura tradizionale a quella moderna, che si diffuse inizialmente quasi come una moda fra pochi agricoltori illuminati. Si incominciò in qualche modo a “gestire” la folta vegetazione, senza ancora attuare una vera e propria potatura, accontentandosi di “nettié” (pulire) alcune grosse branche degli alberi vecchi. Gli interventi si limitavano a drastici tagli di capitozzatura delle branche, e le operazioni risultavano più da “taglialegna” che da potatori. In seguito venne affinata la tecnica, e presero il via i primi veri e propri interventi di “regimazione della vegetazione”: si lavorava di seghetto sfoltendo le grandi branche per dare più luce alle parti interne della pianta, stimolando nello stesso tempo l’emissione di “legno nuovo”, cioè la nuova vegetazione. Nacque il ruolo del “nettiadur”, cioè del potatore - anche se il nome in dialetto ancora rimanda alla pratica del pulire più che del potare. A Bagnolo un agricoltore intraprendente, Emilio Genovesio detto Ietu, diede vita alla prima squadra di “nettiadur”, un gruppetto di “potatori specializzati” che insieme si spostavano nelle diverse aziende per potarne gli alberi. In seguito, con il diffondersi della pratica, nacquero altre squadre di potatori.

Un tale cambiamento nella cultura agricola – il nuovo modo di potare le piante e la conseguente ricerca di forme di allevamento più razionali, l’arrivo dall’America delle nuove varietà, le nuove pratiche della fertilizzazione e della lotta alle avversità - non poteva essere affrontato dal singolo coltivatore; doveva diventare una scelta in qualche modo collettiva, vissuta insieme da tutti i produttori, che ora potevano a buon diritto cominciare a chiamarsi “frutticoltori”.
E ritorniamo così al C.I.F.O.P. Nel febbraio del 1952 si tessono i primi accordi che porteranno alla formazione di un organismo unitario finalizzato allo sviluppo della nuova frutticoltura moderna sul nostro territorio, e al sostegno concreto agli agricoltori. Promotori del progetto furono l’allora sindaco del comune di Cavour Francesco Rivoira, il sindaco del comune di Bagnolo P.te Giovanni Battista Bertone, e il sindaco del comune di Barge Alberto Roberti, coadiuvati dal Perito Agrario Giuseppe Moschetti, anch’egli di Barge. Si arrivò alla costituzione di un consorzio di comuni che unì inizialmente Cavour, Bagnolo P.te e Barge, a cui si aggiunsero negli anni Bibiana, Bricherasio, Campiglione, Cumiana, Luserna, Lusernetta, Pinerolo, Osasco, San Secondo e Giaveno per la Provincia di Torino, ed Envie, Martignana, Paesana e Revello per la Provincia di Cuneo. Il sostegno economico per l’iniziativa partì dai comuni aderenti, dalle due provincie interessate (in seguito ad esse si sostituirà la Regione Piemonte ), e dalla Camera di Commercio di Torino e da quella di Cuneo. Il comune di Cavour, essendo promotore dell’iniziativa, fu sempre sede dell’ente, ed il suo sindaco, di diritto, il presidente.
Viene contattato un tecnico agrario che arriva dal Veneto, il perito agrario Attilio Martello, che avrà il compito di diffondere notizie e nozioni, di formare i frutticoltori. Prima eco all’iniziativa è diffusa dalla Parrocchia di Bagnolo Piemonte, che durante le funzioni informa degli appuntamenti, e che mette a disposizione le proprie piante di melo per le primissime lezioni in campo. Il CIFOP comincia ad organizzare riunioni e corsi serali; il tecnico Martello diventa una figura di riferimento: nasce l’assistenza tecnica alle aziende frutticole.
Nel 1953, vede la vita a Bagnolo Piemonte il primo frutteto intensivo della zona: un appezzamento di una giornata e mezza nell’azienda del geometra Borgia (1 giornata piemontese è pari a 3810 m2 ) in cui vennero impiantati a filari alterni meli della varietà Magnana (una varietà locale) innestata su portainnesto franco (selvatico), e Golden Delicious - la Delizia Gialla - nuova e promettente varietà proveniente dagli Stati Uniti, innestata su Dolcino che sembrava potesse ridurre la vigoria delle piante, anticiparne l’entrata in produzione delle piante e allo stesso tempo conservarne la longevità. Altri frutteti “pionieri” furono quello del Signor Srà, 35 giornate a Cascina Chiappetti di S. Martino di Barge. Un altro celebre a Bibiana, in via del Boschetto, di proprietà dei fratelli Chiaffredo e Aldo Castagno, circa mezza giornata di superficie.
In mezzo ai frutteti estensivi, questi primi impianti specializzati suscitavano curiosità, attenzione, ma soprattutto, visti i buoni risultati, un grande desiderio di  emulazione.
I frutteti intensivi richiedevano potature specifiche, così si moltiplicarono le squadre di potatori che andavano a lavorare per conto terzi: ricordiamo i gruppi di Aldo Galliano di Barge, di Tommaso Baldi e di Francesco Vittone detto “Vitunot” di Bibiana.
Nel giro di pochi anni sul territorio aumentarono le attività e le incombenze; per questo, nel 1957/’58, i comuni della provincia di Cuneo decisero di fuoriuscire dal CIFOP, dando vita al CIFAM, Centro Incremento Frutticolo dell’Agricoltura Montana, e Barge ne diventa il capoluogo.


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