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058 - La casa Plochiu’ – Giolitti, la casa delle ortensie


La casa del dottor Plochiù (nonno materno di Giovanni Giolitti) era una delle più grosse della borgata di Cavour, già descritta come tale nel registro catastale della “Magnifica Comunità” di Cavour nel 1768.
Primo proprietario della villa, costruita nel 1734, fu il colonnello Alessandro Brianza da cui discese Clara Brianza, andata in sposa al “dottore in leggi” Giovanni Battista Plochiù, alto magistrato, procuratore generale a Torino sotto i Francesi, il quale avendo capeggiato un movimento liberale al tempo della Rivoluzione Francese poi, con la restaurazione, era stato messo a domicilio coatto a Cavour, dove appunto la moglie possedeva questa casa.
I coniugi Plochiù ebbero diversi figli “tutti venuti su bene”: Giuseppe, dottore in medicina, Luigi e Melchiorre magistrati, Alessandro, cadetto della Brigata “Regina” (poi eroe della battaglia di S. Martino) e tre figlie, fra cui Enrichetta che andrà in sposa a un giovane cancelliere di nome Giovenale Giolitti, padre del grande Statista.
Giovanni Giolitti nutrì sempre grande affetto per questa dimora, preferendola di gran lunga alla più moderna villa ai piedi della Rocca che aveva ereditato degli zii Luigi e Alessandro.
Si dice che le prime ortensie (Hidrangea Hortensia) siano state portate a Cavour dalla Francia proprio dal dottor Plochiù, che le fece piantare all’imboccatura del ponticello nel retro del giardino, dove esistono tutt’oggi.
La casa era una “solida casa di provincia piemontese”, di quelle che, negli atti notarili, si dicevano “civili”. A un solo piano oltre il terreno, ma con quel distacco tra finestra e finestra “…che fa sentire la comodità delle stanze e della vita…”.

Il nipote Curio Chiaraviglio, nel suo libro di ricordi, così la descrisse:
“…la vecchia casa di paese costituiva la residenza principale di mio Nonno, ove teneva tutte le sue carte e passava la maggior parte della sua permanenza a Cavour.
…Vi si accedeva da un portone fiancheggiato da due travi secolari, rozzamente squadrate che servivano da panche, e si entrava nel cortile dove, a sinistra della porta di casa c’era il pozzo…all’ombra di un grande albero di fichi che in alcuni casi, coglievamo direttamente dai due balconi con la ringhiera di ferro che occupano tutto il fronte dei due piani della casa. Dal lato opposto si esce nel giardino e, avanzando su un ponticello, si traversa il Rio Marone…per passare al “prato”… Questo terreno anteriormente trascurato, era stato sistemato in tempo più recente. Piantato solamente con alberi da frutta e viti a spalliera lungo il muro di cinta, senza aiuole né piante delicate che fosse dannoso calpestare (ed è per questo motivo che lo si denominava “il prato”): vi si poteva correre e fare quello che si voleva, era uno spazio libero e protetto per le espansioni dell’infanzia. Questa sistemazione era stata fatta da mio Nonno, disponendo, fra l’altro, che i grappoli d’uva più bassi non venissero raccolti, per lasciare la possibilità ai nipotini, quando avessero voglia di mangiare l’uva, di coglierla direttamente dalla pianta di propria iniziativa….”

Qui Giovanni Giolitti visse con la famiglia quasi tutti i suoi momenti liberi, e, oltre a tenere in ordine le sue carte, potava e innestava le sue piante. Di qui partiva per le sue quotidiane passeggiate a piedi, oppure per andare al Caffè Sociale per il biliardo o per una partita ai tarocchi.
Qui moriva il 17 LUGLIO 1928 e la salma veniva tumulata a Cavour, nella tomba di famiglia, dove già riposava la moglie, Donna Rosa Sobrero, morta sette anni prima. Una lapide accanto al portale d’ingresso, affissa nel 1989, ricorda il centenario dell’entrata al governo dello Statista.

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